Inghilterra-Italia, la sfida impossibile a chi il rugby lo ha inventato
Poi non dite che non vi avevano avvertito. Se a fine partita, dopo un'ora e mezza di centrifuga a base di fisicità e intimidazione, alzerete gli occhi al tabellone e vedrete gli inglesi avanti nel punteggio, non prendetevela più di tanto. Sfidare l'Inghilterra si può. Ma a scommettere contro una tradizione si perde sempre. La moral suasion degli uomini di sua maestà parte da lontano e comincia con le parole. Che poi, a parlar di persuasione, uno pensa al miele e alle sirene. Nulla di più distante dai vigorosi incoraggiamenti che giungono invece da oltre Manica. di Ronald Giammò
17 AGO 20

Poi non dite che non vi avevano avvertito. Se a fine partita, dopo un'ora e mezza di centrifuga a base di fisicità e intimidazione, alzerete gli occhi al tabellone e vedrete gli inglesi avanti nel punteggio, non prendetevela più di tanto. Sfidare l'Inghilterra si può. Ma a scommettere contro una tradizione si perde sempre.
La moral suasion degli uomini di sua maestà parte da lontano e comincia con le parole. Che poi, a parlar di persuasione, uno pensa al miele e alle sirene. Nulla di più distante dai vigorosi incoraggiamenti che giungono invece da oltre Manica. Prima la geografia, incontestabile imprimatur. Il rugby si chiama così perché inventato nell'omonima cittadina inglese. Ancora oggi, nel college di Rugby, c'è una targa a ricordare il sacrilego gesto compiuto da WIlliam Webb Ellis che nel 1823 "con grande disprezzo delle regole del football così com'era giocato a quell'epoca, prese il pallone tra le braccia e corse con quello, dando origine alla principale caratteristica del gioco del rugby". Logica vuole che alla meraviglia, una volta scoperta, si cerchi poi di dare un nome. Continenti, stelle, formule: vale per tutti. Solo che il rugby presentava quel problema di omonimia che se da un lato ha il fascino dell' unicum, dall'altro rendeva ancora troppo vaga la paternità inglese di quello sport. Un po' come assistere al parto della propria compagna e dimenticarsi poi di firmare il foglio di via all'uscita dell'ospedale. Così hanno aspettato, gli inglesi, che la loro creatura crescesse, che altri club e altre squadre si diffondessero per l'Inghilterra fino a riconoscere tutto quel florilegio di colori ed annetterlo sotto la loro egida, la Federazione. Restava solo un ultimo equivoco da risolvere: il nome. Ogni federazione che si rispetti porta nel nome l'aggettivo etnico che la qualifica: scozzese, irlandese, gallese e via dicendo. Loro no. La Federazione inglese di rugby si chiama semplicemente Rugby Football Union. A ribadire come sia loro il primo ceppo da cui poi sono discese tutte le altre. Stessa sorte l'ha avuta il calcio - Football Association -, solo che lì al prestigio della paternità si aggiunse poi la presunzione, tutta provinciale, di non voler partecipare alle prime edizioni dei mondiali, e a poco è valsa la vittoria iridata in casa del 1966 rispetto ai risultati ottenuti dai Leoni da lì in poi. I corridoi che immettono nel campo da gioco di Twickenham (una cattedrale per 80 mila persone ribattezzata "il giardino di casa") sono invece lastricati di bacheche che ricordano i successi degli uomini in bianco, ritratti di leggende, targhe e trofei: un muto memoriale che ancor prima dei muscoli rischia di fiaccare le convinzioni degli sventurati avversari.
Poi è l'ora dei fatti. Del rugby. Rugby in stile impero: logorante, asfissiante, prepotente. In cui ogni azione è un'occasione per rimarcare una differenza, ogni minuto è un mattone che contribuirà ad alzare quel muro che c'è tra loro e voi. Generazione dopo generazione l’Inghilterra continua a formare le sue squadre usando lo stampo dei suoi eserciti. Principi e delinquenti, eleganza e poca pietà. C'è stata una coppia di seconde linee tra gli anni Ottanta e Novanta - Dooley e Ackford - che di professione erano due bobbies, alti più di due metri e abbondantemente sopra il quintale: gente che intimidiva solo con la stazza. Altri invece avevano facce che ispiravano molta meno fiducia e cognomi come Skinner - lo spellatore - che si assicuravano di onorare ogni volta che indossavano la maglia da gioco. E che dire di Richard Hill, soprannominato "silent killer": oscuro, una presenza di cui neanche ci si accorgeva salvo poi dover fare la conta degli avversari rimasti a terra alla fine di un raggruppamento; o Jason Leonard, pilone di una longevità unica, in campo fino a 40 anni perché "mi tengo ancora in forma facendo di corsa quel miglio e mezzo che separa casa mia dal pub del mio quartiere". Facce da pub, appunto. Facce poco raccomandabili. Disposte a tutto pur di consegnare l'ovale tra le mani dei loro condottieri, in genere mediani dal cervello fino e maglie immacolate, capaci di tradurre in gloria e dare un significato al lavoro svolto dai loro compagni di squadra. Le vittorie dell'Inghilterra sono arrivate sempre così: razzie a tutto campo e palla al re di giornata per l'affondo finale.
Dopo, e solo dopo, ultimo verrà il canto. Un coro che monta dalla pancia dello stadio e si arrampica su fino all'ultimo degli stand. "Swing low, sweet chariot, coming for to carry me home": dondola piano, dolce carrozza, e riportami pure a casa. Anche questa è fatta. Se Twickenham intona quel canto vuol dire che la vittoria è ormai certa. Geografia, nomi e musica. In una parola: tradizione. E noi domenica ci giochiamo contro.
La moral suasion degli uomini di sua maestà parte da lontano e comincia con le parole. Che poi, a parlar di persuasione, uno pensa al miele e alle sirene. Nulla di più distante dai vigorosi incoraggiamenti che giungono invece da oltre Manica. Prima la geografia, incontestabile imprimatur. Il rugby si chiama così perché inventato nell'omonima cittadina inglese. Ancora oggi, nel college di Rugby, c'è una targa a ricordare il sacrilego gesto compiuto da WIlliam Webb Ellis che nel 1823 "con grande disprezzo delle regole del football così com'era giocato a quell'epoca, prese il pallone tra le braccia e corse con quello, dando origine alla principale caratteristica del gioco del rugby". Logica vuole che alla meraviglia, una volta scoperta, si cerchi poi di dare un nome. Continenti, stelle, formule: vale per tutti. Solo che il rugby presentava quel problema di omonimia che se da un lato ha il fascino dell' unicum, dall'altro rendeva ancora troppo vaga la paternità inglese di quello sport. Un po' come assistere al parto della propria compagna e dimenticarsi poi di firmare il foglio di via all'uscita dell'ospedale. Così hanno aspettato, gli inglesi, che la loro creatura crescesse, che altri club e altre squadre si diffondessero per l'Inghilterra fino a riconoscere tutto quel florilegio di colori ed annetterlo sotto la loro egida, la Federazione. Restava solo un ultimo equivoco da risolvere: il nome. Ogni federazione che si rispetti porta nel nome l'aggettivo etnico che la qualifica: scozzese, irlandese, gallese e via dicendo. Loro no. La Federazione inglese di rugby si chiama semplicemente Rugby Football Union. A ribadire come sia loro il primo ceppo da cui poi sono discese tutte le altre. Stessa sorte l'ha avuta il calcio - Football Association -, solo che lì al prestigio della paternità si aggiunse poi la presunzione, tutta provinciale, di non voler partecipare alle prime edizioni dei mondiali, e a poco è valsa la vittoria iridata in casa del 1966 rispetto ai risultati ottenuti dai Leoni da lì in poi. I corridoi che immettono nel campo da gioco di Twickenham (una cattedrale per 80 mila persone ribattezzata "il giardino di casa") sono invece lastricati di bacheche che ricordano i successi degli uomini in bianco, ritratti di leggende, targhe e trofei: un muto memoriale che ancor prima dei muscoli rischia di fiaccare le convinzioni degli sventurati avversari.
Poi è l'ora dei fatti. Del rugby. Rugby in stile impero: logorante, asfissiante, prepotente. In cui ogni azione è un'occasione per rimarcare una differenza, ogni minuto è un mattone che contribuirà ad alzare quel muro che c'è tra loro e voi. Generazione dopo generazione l’Inghilterra continua a formare le sue squadre usando lo stampo dei suoi eserciti. Principi e delinquenti, eleganza e poca pietà. C'è stata una coppia di seconde linee tra gli anni Ottanta e Novanta - Dooley e Ackford - che di professione erano due bobbies, alti più di due metri e abbondantemente sopra il quintale: gente che intimidiva solo con la stazza. Altri invece avevano facce che ispiravano molta meno fiducia e cognomi come Skinner - lo spellatore - che si assicuravano di onorare ogni volta che indossavano la maglia da gioco. E che dire di Richard Hill, soprannominato "silent killer": oscuro, una presenza di cui neanche ci si accorgeva salvo poi dover fare la conta degli avversari rimasti a terra alla fine di un raggruppamento; o Jason Leonard, pilone di una longevità unica, in campo fino a 40 anni perché "mi tengo ancora in forma facendo di corsa quel miglio e mezzo che separa casa mia dal pub del mio quartiere". Facce da pub, appunto. Facce poco raccomandabili. Disposte a tutto pur di consegnare l'ovale tra le mani dei loro condottieri, in genere mediani dal cervello fino e maglie immacolate, capaci di tradurre in gloria e dare un significato al lavoro svolto dai loro compagni di squadra. Le vittorie dell'Inghilterra sono arrivate sempre così: razzie a tutto campo e palla al re di giornata per l'affondo finale.
Dopo, e solo dopo, ultimo verrà il canto. Un coro che monta dalla pancia dello stadio e si arrampica su fino all'ultimo degli stand. "Swing low, sweet chariot, coming for to carry me home": dondola piano, dolce carrozza, e riportami pure a casa. Anche questa è fatta. Se Twickenham intona quel canto vuol dire che la vittoria è ormai certa. Geografia, nomi e musica. In una parola: tradizione. E noi domenica ci giochiamo contro.
di Ronald Giammò